Omeostasi

La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo [...].Primo Levi, Se questo è un uomo

Il concetto che ci interessa prende il nome di omeostasi. In pratica, così riporta la Treccani, gratuita online, è «l’attitudine propria dei viventi a mantenere intorno a un livello prefissato il valore di alcuni parametri interni, disturbati di continuo da vari fattori esterni e interni. All’insieme ordinato dei sottosistemi che compongono l’organismo umano, è preposta una rete di sistemi di controllo, il cui intervento simultaneo regola il flusso di energia e di metaboliti, in modo da conservare immutato o quasi l’ambiente interno, indipendentemente dalle modificazioni di quello esterno».

Bozzetti precisa che «il termine di omeostasi (dal greco: ὅμοιος, hómoios, “simile”, e στάσις, stásis, “condizione di stato”) fu introdotto da Walter Bradford Cannon per indicare “i diversi dispositivi fisiologici che intervengono a ripristinare lo stato di equilibrio funzionale quando sia disturbato” intendendo, con questa definizione, ravvisare la funzione svolta dagli automatismi biologici essenzialmente nel mantenere la costanza del loro “mezzo interno” (“milieu intérieur” è un concetto ripreso da Claude Bernard) mediante la correzione equilibrata delle deviazioni indotte sia dalle sollecitazioni endogene dei fenomeni vitali che dalle sollecitazioni esogene dell’ambiente» (Cfr. Bozzetti 1991; Berti Ceroni 2005). In sostanza, Bernard attestava che «tutti i meccanismi, per quanto siano vari, non hanno altro che un fine costante: quello di mantenere l’unità delle condizioni di vita nell’ambiente interno» (Scannerini 1999).

Quanto detto è in pratica la capacità di un organismo di mantenere in un relativo equilibrio stabile le caratteristiche del proprio ambiente interno, indipendentemente dalla volontà senziente dell’organismo, a prescindere dalla sua intenzione. Dunque, stabilità senza volontà.

All’interno del percorso universitario ho sostenuto un esame di filosofia teoretica al cui insegnamento ha provveduto il prof. Enrico Guglielminetti mediante un testo da lui stesso scritto: Metamorfosi nell’immobilità. Il tema del volume, parafrasando la quarta di copertina, è una fuga dal mondo nella forma del restarvi, è una diaspora senza una partenza. Deve esserci un nesso tra il vivere e l’uscire, come anche tra lo spirito e il rimanere. Una tale trasformazione che ha luogo sul posto non può essere che l’interpretazione, che non forza il circolo verso un altrove, ma vi entra dentro nella maniera adeguata (Guglielminetti 2001).

Similmente credo possa considerarsi il bilanciamento dinamico presentatoci da Ennio Martignago. Anche in questo caso la trasformazione ha luogo sul posto, ha luogo un qualche evento – dinamico – affinché si conservi la stabilità. L’autore conferma affermando che «lo stato stazionario della stabilità può essere conservato solo allorquando vi si eserciti una costante azione di equilibratura» anche se ammonisce che «il raggiungimento dell’obiettivo [o stabilità] è tale solo in quanto genera una nuova insoddisfazione» cioè una nuova instabilità.

Che si reinterpreti o che si tenga sotto controllo l’armonia dell’essere accede alla scena la facoltà di volere, la capacità di orientare le proprie forze al perseguimento di una meta desiderata. Appare possibile sperimentare consapevolmente espedienti che possono replicare il fenomeno dell’omeostasi. In altri termini, è lecito supporre di servirsi di un’omeostasi volontaria.